
Die EU verbietet Unternehmen die Vernichtung nicht verkaufter Kleidung. Ab dem 19. Juli wird eine der am wenigsten nachhaltigen (und ethischsten) Praktiken in der Modebranche eingestellt
https://www.open.online/2026/07/18/moda-divieto-ue-distruggere-abiti-invenduti/
Von Zemiriel
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Per anni è stato il segreto meglio custodito, e decisamente più doloroso, del mondo della moda. Capi d’abbigliamento mai indossati, scarpe ancora immacolate nelle loro scatole e accessori di tendenza finivano dritti negli inceneritori o nelle **discariche**.
Non perché fossero difettosi, ma semplicemente perché erano rimasti **invenduti** o erano stati restituiti dai clienti.
Una pratica sistematica, dettata da spietate logiche di **posizionamento del brand** e di **gestione dei magazzini**, che da domani, domenica 19 luglio, diventerà ufficialmente fuorilegge nell’Unione Europea per le grandi aziende del settore.
**Cosa prevede il nuovo divieto**
Entra infatti in vigore il **divieto** stabilito dal **Regolamento europeo sull’Ecodesign** (Ue 2024/1781), una misura che impone alle grandi imprese del comparto tessile uno **stop definitivo alla distruzione delle merci integre**.
Vestiti, calzature e accessori non potranno più essere trattati come rifiuti qualunque prima ancora di aver visto la luce di una vetrina.
Al loro posto subentrerà l’obbligo di destinarli al riutilizzo, alla donazione, al riciclo o ad altre forme di recupero.
L’obiettivo dell’Ue è quello di investire nell’**economia circolare**, prolungando il ciclo di vita dei prodotti e mettendo al bando lo spreco strutturale. La road map prevede tempi diversi a seconda della taglia aziendale per non soffocare il mercato.
Se per i grandi marchi l’obbligo scatta immediatamente, le medie imprese avranno una finestra di tolleranza fino al 2030 per adeguarsi, mentre le piccole aziende resteranno permanentemente escluse dal provvedimento.
**Il caso di Burberry**
La ratio dietro la vecchia abitudine di mandare al macero l’invenduto era soprattutto una strategia commerciale.
Per molti marchi, in particolare nel segmento del lusso, distruggere la merce in eccedenza era considerato decisamente **più conveniente** rispetto alla svendita negli outlet o a sconti troppo aggressivi.
Il rischio era, infatti, quello di **svalutare il brand** o, peggio, **alimentare il mercato parallelo e la contraffazione**.
Il caso più emblematico esplose nel 2018, quando **Burberry** confessò di aver distrutto in un solo anno merci per un valore di ben **28,6 milioni di sterline**.
L’ondata di indignazione globale che ne seguì costrinse la maison britannica a fare marcia indietro nel giro di pochi mesi.
Da allora, molti colossi hanno iniziato a rivedere le proprie politiche interne per evitare danni d’immagine, ma da domani la scelta etica si trasforma in un severo obbligo di legge.
**I conti pubblici sulla merce scartata**
Il nuovo regolamento non si limita a vietare, ma costringe le multinazionali della moda a mettere le carte in tavola.
Viene introdotto infatti un **rigido obbligo di trasparenza** per cui le imprese dovranno rendere pubbliche le informazioni dettagliate **sul numero e sul peso dei prodotti invenduti** di cui si sono disfatte durante l’anno.
Non basterà dichiarare i volumi, poiché andranno specificate le **ragioni dello smaltimento**, la quota effettivamente destinata al riciclo o alla donazione e le strategie preventive adottate per evitare l’accumulo di stock.
Il divieto di distruzione non si applicherà ai prodotti giudicati pericolosi per la salute, ai capi gravemente danneggiati o deteriorati, ai lotti difettosi che non rispettano le norme di conformità o a quei beni che violano i diritti di proprietà intellettuale.
**I numeri dell’impatto ambientale**
L’impatto di questa svolta si misura nei dati macroeconomici e ambientali diffusi dalle associazioni dei consumatori.
Secondo le stime richiamate da **Assoutenti**, ogni anno nell’Unione Europea **fino al 9%** dei prodotti tessili immessi sul mercato viene distrutto senza essere mai stato utilizzato.
Si parla di una montagna di **594 mila tonnellate** di tessuti che finiscono al macero, generando un impatto climatico spaventoso, stimato in **5,6 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica**.
**L’impatto dell’e-commerce**
A gonfiare a dismisura questo fiume di eccedenze c’è anche il boom dell’**e-commerce**.
Il tasso medio di **reso** per gli acquisti online di abbigliamento viaggia ormai intorno al 20%: in pratica, un capo ogni cinque venduti torna indietro al mittente, trasformandosi spesso in un costo logistico di ricondizionamento che le aziende preferivano azzerare brutalmente con l’inceneritore.
**Verso un nuovo modello di business**
«Grazie alle nuove regole le imprese della moda non potranno più sprecare prodotti che possono avere una seconda vita e dovranno reimmetterli sul mercato o donarli», osserva il presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso.
Per l’associazione, la novità porterà un duplice beneficio, da un lato **alleggerendo l’impronta ambientale** di una delle industrie più inquinanti del pianeta, dall’altro aumentando la disponibilità di abiti e scarpe da destinare a canali di **rivendita solidale o donazioni benefiche**.
Ora sta ai giganti della moda ridisegnare le proprie catene di fornitura e i propri algoritmi di previsione delle vendite.
Se fino a ieri il fuoco dell’inceneritore era la soluzione più comoda e invisibile per nascondere gli errori di sovrapproduzione, da domani il recupero diventa l’unica via legale possibile per rimanere sul mercato europeo.
Era anche ora.
E posso dire che ci godo. Le aziende passano le giornate a dire „non comprate da shein, comprate da noi che vendiamo le stesse cose, con gli stessi tessuti, fatti dalle stesse ditte cinesi, e quello che non vendiamo lo mandiamo al macero per non far abbassare gli utili mostruosi“
Buon inizio, ma bisogna iniziare a guardare anche gli scarti della produzione, non avete idea di quanta roba viene buttata via
Una delle cose che si poteva fare negli anni 90 invece che rompere le palle indiscriminatamente agli automobilisti.
mmmmh solo leggendo mi viene in mente un facile raggiro, ossia dono alla ONG di mia proprieta‘ in paese in via di sviluppo e poi li brucio/sotterro la‘ i vestiti
*presa calda*: bisognerebbe proprio vietare la produzione di abiti nuovi, salvo quelli specialistici in cui sono avvenuti progressi tecnologici. Infatti gli abiti appartengono alla categoria dei “beni eterni” (massimo esponente: le posate) di cui ce ne sono già abbastanza per tutti ma di cui lo scambio dell’usato va ancora troppo poco e quindi la gente ne compra inutilmente di nuovi. È vero che la popolazione umana è ancora in crescita, ma ci sono comunque già abbastanza vestiti che, redistribuiti, permetterebbero a tutti di potersi vestire da qui ai prossimi secoli
>Il caso più emblematico esplose nel 2018, quando **Burberry** confessò di aver distrutto in un solo anno merci per un valore di ben **28,6 milioni di sterline**.
20 piumini? 🥸
La frase importante è „Merci Integre“ basterà danneggiare i capi invenduri e il gioco e fatto
tanto se è fast fashion si distruggono da soli
scherzi a parte, mi sembra più che giusto
Ohhhh, finalmente potranno iniziare a spedirle in Asia, India o Africa per fare la stessa cosa.
Mi raccomando comprate l’ennesima cagata da shein, l’importante è pagare.
Non sarebbero riciclabili?
L’industria tessile è una delle più inquinanti e insostenibili del pianeta. Penso sia più facile per l’umanità liberarsi dei data center che del dover comprare un vestito nuovo a settimana
Ma se domani un’azienda italiana vende 1000 kg di vestiti a 0,10 €/Kg alla ditta Indiana RicicloMagico che di nascosto brucia i vestiti in India, succede qualcosa?
Chiedo perché questa è una pratica che viene fatta con molti rifiuti speciali.